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Cesare, Lenin ed Antonino

“Un esempio inarrivabile di coerenza e visione anticipatrice dello sviluppo della mafia“.

Così Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo e segretario dell’Anm, ricorda la figura di Cesare Terranova, magistrato ucciso dalla mafia il 25 settembre del 1979 e commemorato al cinema teatro Grifeo di Petralia Sottana su iniziativa del Centro Pio La Torre e dell’amministrazione del comune madonita.

“Quello di Terranova è per la mafia un omicidio preventivo. Cosa nostra sapeva che, diventato capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, avrebbe perseguito con forza la strategia di recidere le trame tra mafia e politica - continua Teresi – un obiettivo che ha contraddistinto da sempre il suo operato, sia da magistrato che da politico”.

La relazione di minoranza della Commissione Antimafia del 1976 stesa dallo stesso Terranova, insieme a Pio La Torre, anticipa di anni il rapporto stretto tra istituzioni, imprenditoria e mafia. Per la prima volta si fanno i nomi di Ciancimino,Vassallo, dei fratelli Salvo e dei loro affari che la magistratura accerterà solo anni dopo.

“Nel 1969 – ricorda Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre - Terranova è il primo magistrato ad imbastire un processo alla mafia palermitana, processo che nasce dalla strage di Ciaculli. Ed è inoltre il primo ad intuire che la mafia è un organismo verticistico con una radicazione nel territorio. Ma la mancanza di una specificità di un reato di associazione mafiosa impediva la condanna di molti mafiosi”.

Ciò nonostante nel 1974 riesce a far condannare all’ergastolo Luciano Liggio. (da blogsicilia)

Accanto a Terranova quel giorno sedeva l’agente di scorta e fedele amico Lenin Mancuso, maresciallo del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza; entrambi morirono crivellati da numerosi proiettili di mitra, sparati da killer che sarebbero poi stati a loro volta uccisi;

E’ triste dover ricordare che i condomini dell'edificio sotto al quale fu ucciso (fra la via Rutelli e la via De Amicis) rifiutarono di consentire l'apposizione di una targa che ricordasse l'accaduto.

Lo stesso giorno, 9 anni dopo, sulla strada Agrigento – Caltanissetta, vennero uccisi il giudice Antonino Saetta ed il figlio Stefano, reo quest’ultimo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato…

Il movente dell'assassinio è stato triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; "ammansire", con un' uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del maxiprocesso d'Appello alla mafia.

Antonino Saetta era un magistrato schivo e riservato, per indole e per scelta di vita. Un giudice che, come tanti, ma non come tutti, aveva fatto carriera lontano dai centri di potere, palesi od occulti. Un giudice che, come il conterraneo Rosario Livatino, evitava la frequentazione dei politici, non per banali pregiudizi nei loro confronti, ma per far sì che non si determinassero indebite interferenze, magari inconscie, sul suo operato. Un giudice che però, dopo la sua tragica fine, è stato spesso dimenticato. Al punto che la sua figura, e persino il suo nome, sono ormai sconosciuti a tanti, soprattutto ai più giovani.                                                        (da http://www.solfano.it/canicatti/antoninosaetta.html)

Cesare Terranova

Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l'isola attraversava, dall'economia del feudo e rurale all'economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, anche da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d'animo: speranza nel futuro dell'Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia.

Sandro Pertini

Non esistono parole migliori di quelle del compianto ex Presidente della Repubblica per ricordare Cesare Terranova , un uomo che decise di dedicare la propria vita alla lotta alla mafia, seguendo, come lui stesso ha ammesso in una lettera alla moglie Giovanna, quei principi che i genitori fin da piccolo gli avevano inculcato.

Terranova era nato a Palermo il 15 Agosto 1921, ed aveva imparato a conoscere la sua terra come pochi, dopo di lui, hanno saputo fare; Era stato il primo, verso la metà degli anni ‘60, ad intuire la pericolosità del nascente clan dei Corleonesi, tanto da portarne alla sbarra circa un centinaio nel primo vero processo alla mafia tenutosi a Bari, nel 1969. Ma nonostante la passione e la lungimiranza del magistrato i tempi non erano ancora maturi, e gli imputati furono quasi tutti assolti. Non dobbiamo dimenticarci di collocare i fatti in relazione al periodo: in quegli anni non esistevano le intercettazioni, mancavano i pentiti, e soprattutto era ancora scarsa la percezione dell’esistenza di un organizzazione in grado di porsi in netta contrapposizione con il potere dello Stato… Terranova, invece, aveva già inteso il pericolosissimo potenziale che la mafia stava sviluppando, ma i pochi mezzi che aveva a disposizione non potevano bastargli per avere la meglio sullo scetticismo generale;

Non mancavano certo la costanza e la perseveranza a questo coraggioso giudice, che ottenne nel 1974 un importantissimo successo, riuscendo a processare ed a far condannare all’ergastolo la “primula rossa” di Corleone: Luciano Liggio (che già era sfuggito alla prigione proprio nel processo di Bari). La sua fu la prima grande vittoria dello Stato contro la mafia!

Decise così di portare il suo bagaglio di esperienza a Roma, dove venne eletto Deputato nelle file del PCI per due legislature. Lavorò fianco a fianco con Pio La Torre e fece parte della Commissione Parlamentare Antimafia, ma sentiva di trovarsi troppo lontano dalla sua Sicilia per dare un contributo efficace alla battaglia contro la mafia.

Decise così nel 79, al termine della sua seconda legislatura, di ritornare a Palermo, come capo dell’ufficio Istruzione. La sua presenza in città venne immediatamente percepita come un pericolo dai boss, i quali, con il triplice scopo di eliminare un pericolosissimo rivale, di dare un segnale forte a tutti coloro che intendevano contrapporsi a Cosanostra, e di vendicare la condanna di “Lucianeddu”, concordarono di muoversi nel modo che veniva loro più congeniale: il ricorso alle armi.

Terranova fu ucciso il 25 Settembre 1979; era alla guida di una Fiat 131, al suo fianco il fidato agente di scorta Lenin Mancuso, da vent’anni il suo angelo custode. Un commando armato bloccò l’auto e fece fuoco contro il giudice ed il Maresciallo dei Carabinieri, per i due non ci fu nemmeno il tempo di reagire… Terranova fu freddato sul posto con un colpo di pistola alla nuca, mentre Mancuso spirò all’ospedale dopo qualche ora di agonia.

Per entrambi gli omicidi siamo tutt’oggi in attesa che venga fatta giustizia…