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Ritrovati i resti di Placido Rizzotto

Ritrovati i resti di Placido Rizzotto sindacalista ucciso dalla mafia nel '48Placido Rizzotto 

Il Dna lo hanno estratto da una tibia dello scheletro trovato in una foiba di Roccabusambra, a Corleone, accanto a una cintura e a una moneta di 10 centesimi coniata negli anni Venti. A 64 anni dalla sua scomparsa la polizia scientifica di Palermo è riuscita ad attribuire a Placido Rizzotto, il sindacalista della Cgil ucciso dalla mafia il 10 marzo del 1948, alcuni resti ossei ritrovati nel 2009 proprio nel posto in cui il cadavere di Rizzotto venne gettato dal boss di Corleone Luciano Liggio.
Una scoperta eccezionale dopo anni di appelli da parte della famiglia Rizzotto, che ha chiesto di far luce sulla scomparsa dei resti che erano stati recuperati nel 1949 durante le indagini condotte dal giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. "A Corleone  -  ha più volte ribadito il nipote di Rizzotto, che porta lo stesso nome del sindacalista - i mafiosi hanno tutti una tomba nel cimitero. Placido Rizzotto ancora no". Il Dna estratto dai resti ritrovati a Corleone è stato comparato con quello del padre di Rizzotto, Carmelo, morto anni fa. La compatibilità, dopo mesi e mesi di studi di laboratorio, ha dato ragione all'ipotesi avanzata dalla polizia.
Placido Rizzotto fu ucciso a 34 anni dalla mafia per il suo impegno, a partire dal 1945, a favore del movimento contadino per l'occupazione delle terre. Un pastorello, Giuseppe Letizia, assistette al suo omicidio di nascosto e vide in faccia gli assassini. Venne ucciso con un'iniezione letale somministrata dal medico-boss Michele Navarra, indicato come il mandante dell'omicidio

Rizzotto. Le indagini sull'omicidio furono condotte dall'allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Agli arresti finirono Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. Fino al 1964 restò invece latitante Luciano Liggio, detto Lucianeddu, la primula rossa di Corleone. Il boss venne catturato nella casa di Leoluchina Sorisi, presunta fidanzata di Placido Rizzotto. I tre killer furono assolti per insufficienza di prove.
Il sindaco di Corleone, Antonino Iannazzo, ha accolto con grande soddisfazione la notizia. “Si chiude – dice - un mistero italiano che abbiamo chiesto di risolvere allo Stato. Già ci avevano provato i carabinieri con altri resti trovati nelle foibe, ma non avevano estratto il Dna. Questo risultato, mi hanno spiegato gli investigatori, dà una certezza al 76 per cento. La famiglia, dopo tanti anni, avrà finalmente una tomba su cui piangere”.

Fonte: palermo.repubblica.it

Onorevole Fanfani la informo che sarò assassinato

da "I Siciliani", gennaio 1984

Centoquattro pallottole di mitra e sette di pistola; tante ne furono estratte dal corpo martoriato di Pasquale Almerico, sindaco di Camporeale, ucciso al centro del paese, una sera di Marzo dell'anno 1957. Venne assassinato come in un terrificante film western: l'uomo che cammina lungo la facciata delle case e improvvisamente alcuni uomini a cavallo che irrompono al galoppo con le armi in pugno, circondandolo. Trenta, quaranta secondi di fuoco, gli ultimi colpi su un povero corpo insanguinato che giace a terra, immobile, e tuttavia ancora disperatamente vivo. Un volume di fuoco sufficiente per sterminare quasi una compagnia di soldati. Questa la misura dell'odio politico contro un uomo onesto, incorruttibile, folle e coraggioso.
Pasquale Almerico, sindaco democristiano di Camporeale, sconosciuto eroe siciliano, morì alcuni giorni prima che io nascessi ed un legame impercettibile deve forse averci sempre legato se è vero che adesso, ventisei anni dopo, per chissà quale incredibile coincidenza mi ritrovo a dover scrivere di lui sentendolo tanto vicino. Senza averne mai sentito parlare prima, senza aver conosciuto niente della sua vita, del suo mondo, della sua morte. Senza averlo mai neanche immaginato nei miei pensieri.
Ora sono venuta a Camporeale, questo paese dallo splendido nome di battaglia e che è solo un minuscolo centro terremotato nel cuore della Sicilia, a scoprire il fantasma di Pasquale Almerico, questo piccolo democristiano impavido e temerario che sognava un diverso destino da siciliano, che sognava anche un grande ideale morale per il suo partito e che il suo partito mandò sordidamente, crudelmente a morire. Sono venuta a riscoprire la storia dell'uomo e poi quello che resta della sua memoria fra coloro (i suoi compagni, i suoi amici) che lo conobbero da vivo e fra quegli altri (gli uomini ancora giovani) che dovrebbero conservarne e certamente amarne la memoria.
Pasquale Almerico era il sindaco di Camporeale, un piccolo paese in provincia di Palermo quasi al confine con il territorio di Trapani. Democristiano per fede profonda e altrettanto profonda vocazione, era conosciuto per la sua notevole abilità oratoria, una istintiva capacità che aveva di commuovere e trascinare la folla, e soprattutto per la sua disponibilità a lottare per i deboli e gli indifesi. E poi adorava i bambini, era un maestro elementare che aveva identificato la sua vita con la mistica dell'insegnamento. Era sindaco da due anni, eletto plebiscitariamente, quando Vanni Sacco si presentò alla sezione democristiana di Camporeale per chiedere la tessera del partito. Disse che, insieme a lui, altri trecento individui chiedevano la tessera del partito. Vanni Sacco era il padrone mafioso del territorio: fino a quell'anno era stato liberale, poi aveva capito che il vecchio partito di destra non avrebbe più comandato in Sicilia e aveva sentito questa irreversibile attrazione per la DC. Pasquale Almerico era invece semplicemente un democristiano morale e respinse la richiesta di Vanni Sacco e dei suoi trecento accoliti. E da quel momento cominciò a morire. Come si possono gettare via trecento voti di preferenza in un piccolo territorio? E a un segretario provinciale, che deve amministrare fortuna e potenza del partito, cosa volete che importi della trasparenza dei voti o delle perplessità morali di uno sperduto sindaco di provincia, bravo, onesto, intemerato, ma probabilmente anche un po' stupido, e in ogni caso un po' folle, il quale infatti preferisce l'ideale al potere? Il potere, ecco quello che conta, al diavolo don Sturzo!
Rifiutato e respinto dal sindaco Pasquale Almerico, Vanni Sacco si rivolse a Palermo a riproporre la sua profferta di iscrizione al partito, trecento tessere sull'unghia, trecento voti sonanti! Giorno dopo giorno il sindaco Almerico continuò a morire! Forse egli già intuiva di andare incontro alla morte e tuttavia continuò ad andare in quella direzione. Peraltro egli forse non insegnava ogni giorno ai suoi ragazzi che un uomo è un uomo quando sa spendere perfettamente la sua vita, senza viltà e sottomissioni? Fin quando egli era segretario della sezione DC di Camporeale e sindaco del paese, Vanni Sacco e i suoi trecento mafiosi non sarebbero entrati nel partito: che si rivolgessero pure a Palermo! La capitale non sarebbe riuscita a espugnare Camporeale.
E cominciarono ad arrivare le prime minacce di morte, l'immagine del coraggio a quel punto cominciò a coincidere perfettamente con quella della follia. Anche gli amici più devoti cominciarono ad abbandonarlo, anche i galantuomini quando sentono l'imminenza del disastro, si ricordano di avere famiglia e cominciano affannosamente a cercare le uscite di sicurezza. Pasquale Almerico capì anche questo. Il suo andare a morire divenne una corsa.
Forse proprio per lasciare una traccia della sua vita, anzi una testimonianza che potesse servire agli altri, Pasquale Almerico scrisse una specie di memoriale che aveva anche lo spavaldo significato di un testamento morale, di un'ultima sfida, indirizzato al segretario regionale Gullotti. Ma a conoscenza di tutta la storia era pure uno dei cosiddetti giovani leoni della Dc palermitana del tempo, Giovanni Gioia, un uomo che sorrideva sempre a tutti e che sarebbe diventato deputato al Parlamento e ministro della Repubblica. Il segretario provinciale Gioia era un uomo di Fanfani in Sicilia, e Fanfani era il segretario nazionale del partito. E sapeva. Nel suo memoriale il sindaco Almerico spiegò come il partito, a Camporeale, stesse per essere conquistato dalla mafia e come lui corresse il rischio di essere ucciso da un giorno all'altro.
Nessuna risposta! Sottovalutato? Non creduto? Volutamente ignorato? Fatto sta che i massimi dirigenti del partito non diedero seguito alcuno alla lettura del manoscritto e che la sera del 25 marzo 1957 cinque persone a cavallo, con il volto travisato da pesanti cappucci neri, attesero che il sindaco Almerico uscisse per avviarsi verso la sezione del partito, per avventarglisi contro e trucidarlo a raffiche di mitra e revolverate. Anche nella scena finale la storia rispettò una specie di epica dello spettacolo. Non un semplice assassinio, ma quasi una battaglia fra l'uomo, inerme e circondato, e cinque cavalieri con la maschera nera. Cosi venivano trucidati un tempo i sovrani. Il piccolo democristiano impavido e onesto, convinto che l'insegnamento cristiano potesse significare anche la nuova morale politica della nazione, aveva chiesto aiuto al suo partito per impedire che questa morale politica potesse essere inquinata dalla violenza, e il suo partito aveva aspettato in silenzio che la violenza lo cancellasse dalla vita. Cosa è rimasto di lui a Camporeale?
Camminando per le strade di questa minuscola cittadina la prima impressione è che Camporeale abbia conservato di lui soltanto un ricordo lieve, nascosto adesso dietro gli sguardi enigmatici degli anziani e i discorsi naturalmente più distaccati dei più giovani. Quasi subito, infatti, mi rendo conto che coloro i quali lo hanno conosciuto direttamente non affrontano volentieri questa memoria, come se negli animi fosse rimasta un'ombra di paura. Invece, chi è nato dopo la sua morte, teme meno il contatto con l'immagine dell'uomo, come se essa fosse entrata oramai in una specie di mito e quindi in una irrealtà che, per esser tale, non può far paura ad alcuno. Ma solo perché appunto non è stata mai vera, e comunque non è più vera..
Giuseppe è un contadino, forse un artigiano, poco più di sessant'anni, dentro una giacca marrone non più tanto nuova e dietro una sciarpa indefinibilmente colorata. Sta uscendo dal tabaccaio con un pacchetto di sigarette in mano e si ferma un attimo sulla soglia per strappare il cellofan. Non mi vuole dire, nemmeno precisare la sua identità, il nome di Almerico provoca in lui un immediato irrigidimento.
«Almerico? Una storia vecchia, che ragione c'è di parlarne ancora?» Pausa. Fa un piccolo cenno per indicarmi, con la sigaretta appena accesa, un incrocio venti metri più avanti. «Lo hanno ucciso laggiù. Una cosa tragica. Storie di mafia...». Mi volta improvvisamente le spalle, e se ne va senza nemmeno salutare. Ha detto tre parole esemplari: «Storie di mafia!» una etichetta con la quale centinaia di altri anziani hanno probabilmente messo in archivio anche i loro sentimenti personali. Come dire, tradizionalmente: io non ho visto e non ho sentito! Capitolo chiuso, ricordi sotterrati, parole inutili.
Il tentativo con un altro gruppo di anziani, che fa capannello davanti ad uno dei bar del corso, ha infatti identico risultato. Tento persino un'astuzia dialettica, cioè cerco dapprima di stabilire un dialogo abbastanza generico su Camporeale ma, appena le mie domande concretizzano in mezzo a loro la figura del sindaco assassinato, gli sguardi si fanno vacui, le parole rade, I'atteggiamento vagamente ostile. Sembra quasi che io chieda di parlare di cose loro intime che non mi appartengono, cose disonorevoli di cui non vogliono parlare, né vogliono che altri ne parlino.
Ottengo quasi lo stesso effetto anche con uno dei parroci del paese, don Antonio Giardelli. Sta potando le viti in un suo piccolo orto alla periferia del paese, è piccolo di statura, ha pochi capelli bianchi e occhiali dalla montatura leggera in precario equilibrio sul naso. Un vecchio, sdrucito maglione nero da lavoro, con il collarino bianco, I'immagine dell'uomo è bella, chissà che questo almeno non abbia coraggio. Anche i pantaloni sono vecchi e neri, affondati in un paio di stivali scuri sporchi di fango. Più che prete si sente probabilmente contadino, nel senso antico del termine, lo si intuisce dall'amore, dalla partecipazione emotiva con cui mi descrive le caratteristiche dei campi, laggiù, nella pianura che si distende al di là delle ultime case del nuovo paese, costruito dopo il terremoto del 1968. Lo lascio parlare per un po' e ascolto. Vigneti, campi di cocomeri, grano. Ne parlerebbe per chissà quanto ancora se non riuscissi, dopo alcuni ingenui adescamenti dialettici, a spostare di colpo il corso della discussione; Don Antonio, perdoni, chi era Pasquale Almerico?
Don Antonio dapprima spalanca gli occhi come se non avesse capito bene il nome. Poi fa un sorriso. Ho anche l'impressione che abbia un lieve sbandamento. Tace, guarda l'erba, come se volesse ora perfettamente ricordare il volto del personaggio.
«Sì, conoscevo Almerico, prima che diventasse sindaco. Poi andai per qualche tempo a Roma. Seppi che lo avevano ucciso. Che posso dire, quindi, su di lui? Quello che fece, le persone che si inimicò, come fu eletto sindaco, chi erano le persone che lo volevano morto. Certo niente accade per niente nella vita!». si china a tagliare il tralcio di una vite, forse vorrebbe che il discorso si chiudesse così, ma capisce che un sant'uomo deve pur avere una sua opinione sul dolore degli altri, fa un sospiro e mi guarda in volto: «Era comunque un uomo onesto. In paese gli volevano tutti bene. Sempre a disposizione dei poveri e dei bisognosi. Ma era anche caparbio e un poco spavaldo. Poi si intestardì in quella faccenda, almeno così mi hanno raccontato, e finì in quel modo tragico. Era un uomo coraggioso e onesto, un poco testardo, pace all'anima sua!»
Il parroco fa un altro profondo sospiro, quasi per sottolineare la sua amarezza per le crudeltà della vita, e per spiegare che lui purtroppo non può provvedere, se non con messe cantate e salmi. Lo lascio in mezzo alle sue piante, in ginocchio in mezzo all'erba alta.
Calogero Zuppardo, architetto di una trentina d'anni, mi viene in aiuto: «C'è una sola persona che ti può parlare molto di Pasquale Almerico. Ti accompagno». E intanto me ne parla lui: «Qui in paese i vecchi vorrebbero parlarne bene, molti lo conobbero di persona, erano anche suoi amici, ma hanno ancora paura, e allora preferiscono tacere, fare finta di non ricordarsi più dell'uomo, né della sua storia. La paura, specie in un piccolo paese sperduto, è una cosa con cui bisogna convivere. Qui tutti dicono che la mafia oramai è lontana, ma è più un tentativo patetico di volersi convincere. Il fatto è che tutti sanno che la mafia ha soltanto cambiato volto. L'incappucciato di nero e la lupara hanno oramai sapore di leggenda, ma l'esercizio del potere è spesso il medesimo, più segreto, più inafferrabile, sono cambiati soltanto gli strumenti della violenza. Non fanno più spettacolo, ma egualmente sottomettono l'uomo. Dicono che a Camporeale la mafia non esista più perché non ci sono più omicidi o altri episodi di violenza eclatanti. Il fatto è che gli uomini di questo paese muoiono egualmente di morte violenta, solo che i delitti vengono consumati lontano da queste case. Nelle statistiche, infatti, non figurano assassinii commessi in questi ultimi anni a Camporeale, eppure otto persone di Camporeale sono state egualmente uccise: chi a Palermo, chi ad Alcamo, chi in qualche altra parte della Sicilia. E i moventi di quei delitti, voglio dire le ragioni umane, le logiche mafiose, stavano probabilmente qui. Mai credere che un posto dove non succede niente sia un posto tranquillo: secondo me è proprio quello il luogo di cui ci si può fidare di meno. Ecco perché la gente non vuole parlare di Pasquale Almerico».
L'architetto ha una immensa barba nera, parlando se la tormenta con le dita, sembra invaso da una continua ansia di dire e spiegare. Ecco un uomo che ha le idee chiare. Forse ha paura anche lui e questo gli fa rabbia, non vorrebbe che gli altri lo capissero. Un'altra sensazione: che anche lui si senta solo. Continua: «D'altra parte si può dire che Camporeale è letteralmente nato tramite atti sociali che possono essere raffigurati come la preistoria del fenomeno mafioso. Come non considerare, infatti, atteggiamenti mafiosi i primi favoritismi che Giuseppe Beccadelli, fondatore del paese, fece durante la distribuzione delle proprie terre ai contadini? Chi sapeva dimostrarsi più fedele e devoto al nobile possidente, avrebbe avuto il campo migliore, il possedimento più grande, la via più facile. E lotte fratricide, tradimenti, sottomissioni servili diventarono così la regola fra i cafoni, pur di potersi aggiudicare la sopravvivenza. Più si godeva della fiducia del padrone, più ci si poteva ritenere al di sopra di ogni pericolo. Rispettati e temuti!». Parla di questi suoi antenati con un certo disprezzo; non può stimarli, non riesce a giustificarli, forse nemmeno ad amarli: «Voglio farti conoscere Maria Saladino, una donna strana, unica. Vedrai». Siamo arrivati a casa sua, l'architetto ha una madre mite e gentile che mi offre straordinari dolci di mandorla. Parliamo ancora del paese, dei suoi tentativi di crescita, dei giovani che cercano di smuovere l'atmosfera di piombo, che organizzano incontri culturali, manifestazioni teatrali, che cercano di dare almeno una ragione alla vita sperduta della lontanissima provincia, una ragione anche alla stessa disoccupazione intellettuale, in attesa che qualcosa accada. Ma chi è questa straordinaria donna che deve arrivare?
Calogero mi spiega: «Una specie di benefattrice del paese. E' riuscita persino a creare centri di assistenza per i bambini figli di detenuti o di prostitute. In paese molti la considerano un po' svitata per la sua irruenza e per il suo modo di fare sempre imprevedibile, ecco, rassomiglia a quel Pasquale Almerico, la stessa passione, la stessa intransigente caparbia. Ma è una donna eccezionale. Se però la trovi in un momento di rabbia, puoi scordarti di parlare con lei, non ti rivolgerà nemmeno la parola. E purtroppo questi suoi momenti sono frequenti».
Bussano alla porta, entra una piccola donna con un cappotto chiaro, un fazzoletto a fiori attorno al volto, un paio di occhiali molto spessi che le fanno due strani occhi duri e amari, quasi collerici. Scorgendola capisco subito cosa intendeva dire Calogero. A stento mi saluta; parla concitatamente con l'architetto di certi problemi di travatura (sta facendo costruire un istituto che dovrà accogliere non so quanti ragazzi in condizioni familiari non favorevoli) e fa per andarsene. Cerco di fare il sorriso più affabile, adescante: chiedo solo due minuti, solo qualche domanda, ma non mi fa nemmeno parlare, quasi mi aggredisce: «Guardi, ho mal di testa, non ho dormito, è una giornata storta, ho i problemi dell'istituto e non voglio parlare con lei». Più chiaro di così. Se ne va senza nemmeno voltarsi, I'architetto Calogero fa un sorriso ironico e addolorato, allarga le braccia come a dire: te lo avevo detto! Comincio a vagare per Camporeale per riprendere alcune foto degli angoli più suggestivi o caratteristici del paese, e mi vedo affiancare da una 126 bianca: Maria Saladino mi fa cenno di seguirla; il suo sorriso è stranamente amichevole e il suo gesto invitante.
Mi fa entrare in un grande cantiere con due edifici in costruzione: la struttura in mattoni è già definita e le ampie aperture delle finestre lasciano intravedere grandi spazi interni. Scende dalla macchina e mi viene incontro. «Vuoi che ti parli di Pasquale Almerico? Bene! E' morto tra le mie braccia».
La frase è pronunciata seccamente, quasi a voler stabilire subito, prima di ogni altra cosa, una sorta di gelosa, materna possessione del drammatico episodio. La guardo meglio, cerco di capire questo essere umano così incredibile in questo paese che sembra il fondo della terra. Ha un'età indefinibile fra i sessanta e i settanta, il viso coperto di una infinità di rughe, la bocca è larga e sottile, il naso dritto, gli occhi espressivi. Si torce continuamente Ie mani e di tanto in tanto tira fuori dalla tasca del cappottino un fazzoletto tutto appallottolato. Dalla scollatura del cappotto viene fuori un inatteso maglione a collo alto, giallo con i disegni jacquard neri. Le calze beige sono spesse, del tipo ortopedico, e le scarpe nere e minuscole. La guardo e la valuto, perdonate, come una donna può guardare e valutare un'altra donna. Continua:
«Io e Pasquale eravamo colleghi. Anch'io insegnavo come lui, e gli volevo molto bene, lo stimavo, andavamo d'accordo, lavoravamo spesso insieme. La cosa più straordinaria di lui era quell'incredibile amore che nutriva verso i bambini, gli scolari. Oltre ad essere sindaco di Camporeale era anche presidente dell'ECA, un ente assistenziale e infine si occupava personalmente della refezione scolastica».
Non occorre che io faccia alcuna altra domanda. Continua alternando voci di rabbia e di dolore come se la vicenda fosse accaduta solo il giorno avanti. «Mi ricordo che il giorno prima di essere ucciso aveva fatto avere a tutti gli alunni della scuola elementare una grossa fetta di torta. Era felice perché i ragazzi lo avevano applaudito. La sua vita era tutta nell'amore per quei bambini, nell'amore per il paese. Fantasticava, sperava, sognava.» Noto che lo chiama amorevolmente Pasqualino, e pronuncia la "s" del nome con un suono simile allo "sc" di sciarpa. Un po' come fanno i napoletani. Sta per qualche attimo in silenzio come per concentrarsi perfettamente nel ricordo, non sbagliare niente.
«Quella sera lo avevo incontrato per strada, gentile come sempre, ma quasi stravolto da una strana ansia. Io sapevo quello che gli stava accadendo e non osai fargli domande. Andai in casa di un'amica. Alle sette di sera sentimmo una serie interminabile di spari. A quel tempo, non essendoci il telefono, sparare in aria serviva per chiamare aiuto il più rapidamente possibile in casi di pericolo, poniamo un incendio o il crollo di una casa, o qualsiasi altro tipo di calamità. Per questo pensammo subito ad un incendio. Poi di colpo mancò la luce in tutto il paese e restammo nella impotenza tipica del buio improvviso per qualche minuto. D'un tratto qualcuno cominciò a bussare violentemente alla porta e una voce urlò che avevano ammazzato il professore Almerico. Mi precipitai sulla strada gridando di terrore...»
Improvvisamente la voce di questa donna apparentemente così forte e dura, si spezza. Sta tremando, piange, si strappa gli occhiali: «Corsi verso I'angolo della piazza. Avevano già caricato Pasqualino a bordo di una macchina perché avrebbero voluto condurlo all'ospedale di Palermo. Nessuno ancora capiva che quel povero corpo era stato ferito da centinaia di proiettili, che la sua vita correva via irreparabilmente da centinaia di ferite. Riuscii a infilare la testa nel finestrino: era pallidissimo e aveva sangue dappertutto Pasqualino, gli dissi, prega insieme a me: Gesù mio, misericordia, Gesù mio, misericordia. Lo udii ripetere quelle parole. Poi non disse più nulla. Gli afferrai la mano, probabilmente morì in quell'attimo. Se lo portarono via».
Resta immobile, con lo sguardo nel vuoto. Sorride: «Ed è stata quella sua morte, così crudele, così ingiusta, che mi ha portato a fare tutto quello che ho fatto. Non può, non deve esistere al mondo gente tanto feroce, non si può uccidere così un essere umano solo perché vuole lottare per gli altri esseri umani. Ora io sto lottando, mi illudo di lottare perché i bambini di questo paese crescano in un modo migliore, incapaci di violenza e crudeltà. Tutti questi istituti, queste organizzazioni a favore dei ragazzi poveri, dei piccoli delinquenti, di ragazzine in via di perdersi, che ho cercato di creare, sono tutte cose, ricchezze che ho trovato dentro di me dopo la morte di Pasqualino.» E' stata persino in America a cercare fondi per i suoi istituti: «In America ho incontrato padre Flanagan, fondatore della Casa dei ragazzi. Mi ha insegnato una cosa fondamentale. Mi ha detto che in fondo al cuore di ogni uomo c'è una parte di angelo e una parte di demonio; sono l'educazione e l'ambiente a sviluppare in noi o I'angelo o il demonio. Ed io voglio essere l'educazione e l'ambiente per questi ragazzi bisognosi d'aiuto. Scrivilo (il suo tono è quasi minaccioso) sono sicura che è proprio quello che Pasqualino voleva. La sua morte è stata per me una illuminazione».
La morte di Pasquale Almerico ha consentito l'ingresso trionfale del mafioso Vanni Sacco e dei suoi trecento complici nella DC avviata a diventare lo strapotente partito di potere, ma ha determinato anche queste sconosciute ribellioni nell'animo della gente semplice. Una semina sanguinosa c'è stata, qualcosa è accaduta e continua ad accadere.
Anche se la gente non dimentica che Vanni Sacco venne arrestato, rimase nell'ospedale della Feliciuzza di Palermo fino all'assoluzione per insufficienza di prove, e per anni la mafia divenne padrona del paese e quindi anche dell'animo del!a sua gente. Padrona forse anche adesso.
Io ho creduto, ho temuto di capirlo negli occhi della gente, quando ho pronunciato il nome di Pasquale Almerico. Chi era costui? Chi se ne ricorda? Un tipo testardo il quale non volle capire che un grande partito non può vivere solo di ideali, di rivoluzioni morali, di bellezza, ma ha soprattutto bisogno del potere. Almeno nella democrazia quale noi abbiamo credulo di realizzare nella nostra nazione.

Tiziana Pizzo

Il sindacalista con la schiena dritta che dava fastidio ai mafiosi

Sono passati esattamente 63 anni da quando i corleonesi di Luciano Liggio ammazzarono il segretario della Camera del lavoro di Corleone Placido Rizzotto. Un sindacalista coraggioso e con la passione civile che oggi molti suoi successori hanno perso.

La sera del 10 marzo 1948 Placido Rizzotto non uscì solo dalla Camera del lavoro. Con lui c'erano Vincenzino Benigno e Giuseppe Siragusa. Ma, purtroppo, ciò non impedì che fosse sequestrato ed ucciso, pagando forse ingenuità sue e colpe di altri, come emerge chiaramente dalla ricostruzione di quelle ultime ore. Lasciata la sede della Cgil, intorno alle 21, Rizzotto, in compagnia di Benigno e Siragusa, si fermò in via Bentivegna, all'incrocio con via San Martino, per aspettare il dott. Michele Navarra, col quale (nella sua qualità di medico condotto) il sindacalista doveva prendere accordi per risolvere alcune questioni riguardanti gli elenchi anagrafici dei braccianti agricoli di Ficuzza. Navarra abitava nei pressi, in piazza Sant'Orsola, ma quella sera non passò. Si presentò, invece, Pasquale Criscione. Dopo un poco, Siragusa si congedò dai suoi amici e tornò a casa. Rimasero insieme, quindi, Rizzotto, Benigno e Criscione.
“Questi (il Criscione) cercò di attaccare discorso per cinque minuti - avrebbe raccontato qualche anno dopo Benigno a Danilo Dolci - ma noi non ci si diede conto, non ci persuadeva. Lui continuava a scherzare. Dovevamo fare spesa. Chiedemmo permesso. Venne anche lui. Poi si andò verso casa. Offrì la sua compagnia. Non si potè rifiutarla. Arrivato a casa io entrai, mai pensando cosa poteva succedere: c'era gente intorno da tutte le parti. Loro scesero verso la piazza...”.
Il gruppo dirigente della Camera del lavoro di Corleone era consapevole dei rischi che correva Placido Rizzotto. In quei primi anni del dopoguerra, tanti sindacalisti erano già stati assassinati. L'ultimo a cadere, otto giorni prima, era stato Epifanio Li Puma a Petralia Sottana. Per precauzione, quindi, ogni sera usavano accompagnarlo a casa. Quella sera, però, Giuseppe Siragusa, pur avendo visto avvicinare Criscione, decise ingenuamente di tornare a casa per primo. Benigno accettò di essere accompagnato a casa, lasciando il capolega proprio con quel Criscione, del quale lui stesso avrebbe detto che "non ci persuadeva". Un'altra ingenuità?
Ma proseguiamo con la ricostruzione di quell'ultima sera di Rizzotto.
Accompagnato dal Collura, percorse la via Bentivegna, fino all'angolo della chiesa di San Leonardo, dove l'aspettavano Luciano Liggio e un altro gruppo di mafiosi. Nacque una discussione molto animata, quasi una lite - ci ha raccontato Luca, un testimone oculare oggi ottantenne (La Sicilia, 6 marzo 2005) - a cui Rizzotto tentò di mettere fine urlando “Adesso basta, lasciatemi andare!”. Ma quelli lo presero a forza, facendolo salire sulla 1100 di Liggio, che immediatamente sgommò verso una fattoria di contrada Malvello. Fu in quel posto che Rizzotto, dopo essere stato picchiato a sangue, venne assassinato. Successivamente il suo cadavere fu buttato in una foiba di Rocca Busambra. Al delitto assistette un pastorello di 13 anni, Giuseppe Letizia, che tornò sconvolto in paese, in preda ad una febbre altissima. Ricoverato all’ospedale "Dei Bianchi", fu "curato" con una iniezione letale dal dottor Michele Navarra. Nonostante le denunce de “La Voce della Sicilia” e le manifestazioni di protesta della Cgil e dei partiti di sinistra, nessuno avrebbe mai saputo più niente di Rizzotto, se una ‘gola profonda’ ante litteram, Giovanni Pasqua, relegato nel famigerato carcere dell'Ucciardone, non fosse divenuto improvvisamente loquace, indicando gli assassini del sindacalista in Luciano Liggio, Pasquale Criscione, Vincenzo Collura ed altri. Dopo alcune battute, i carabinieri di Dalla Chiesa riuscirono ad arrestare Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che, il 4 dicembre 1949, interrogati nella caserma di Bisacquino, fecero clamorose rivelazioni. Ammisero, cioè, di aver partecipato al sequestro di Placido Rizzotto, in concorso con Leggio Luciano, che poi avrebbe ucciso la vittima con tre colpi di pistola.
Le numerose prove, le testimonianze e le confessioni (poi ritrattate) non bastarono per far condannare i 3 mafiosi. Come sempre avveniva in quegli anni, infatti, Liggio, Criscione e Collura furono assolti per insufficienza di prove…

Da: Reti-invisibili.net

Piersanti Mattarella, uno dei pochi politici a mettersi di traverso

Fu ucciso il 6 Gennaio 1980 mentre andava a messa.
Ci andava con la famiglia e senza scorta, perchè aveva deciso che almeno il week end voleva essere libero…
Piersanti Mattarella è stato uno dei pochissimi politici siciliani a decidere di mettersi veramente di traverso e dare un proprio contributo nella lotta alla mafia;

Piersanti Mattarella non era un uomo qualunque, era un “figlio d’arte”, in un doppio senso: suo padre era stato un politico di prestigio, fra i fondatori della DC, ma allo stesso tempo un uomo molto chiacchierato, accusato più volte di collusione con la mafia.
Con un curriculum del genere chiunque avrebbe potuto fare fortune approfittando delle conoscenze (in tutti i sensi) del padre…
Piersanti invece decise di intraprendere la strada opposta, quella certamente più difficile: approfittare della propria posizione politica per fronteggiare il potere di Cosanostra.
Non ebbe tempo per fare grandi cose: pagò con la morte l’appoggio dato a Pio La Torre nella sua iniziativa contro l’assessore regionale all’agricoltura, e probabilmente ancor di più la sua volontà di ripulire la DC siciliana dall’ombra malavitosa che la stava avvolgendo.
Purtroppo ad oggi, 31 anni dopo la sua uccisione, non si è ancora giunti alla verità sugli esecutori materiali e sui mandanti esterni di quel delitto.

Placido Rizzotto

Corleone, 1948. Aveva 34 anni. Il sindacalista Placido Rizzotto scomparve misteriosamente nella notte del 10 marzo. Il giovane Placido Rizzotto da bambino aveva assistito all'arresto da parte dei carabinieri del padre, ingiustamente accusato di associazione a delinquere; Primo di sette fratelli, dopo la morte prematura della madre fu costretto a sobbarcarsi l'onere dell'intera famiglia; 
Durante la seconda Guerra Mondiale partì con l'esercito per il  Nord Italia e dopo l '8 settembre dei 1943 scelse di unirsi ai partigiani, testimone impotente di alcuni eccidi. Scampato alla violenza della guerra, tornò nella sua terra natale alla fine del conflitto bellico. L'aver partecipato alla Resistenza aveva profondamente cambiato Placido Rizzotto,il quale non poteva accettare la realtà corleonese fatta da pochi padroni terrieri, dei loro servi mafiosi e di moltissimi contadini in miseria, in una Corleone del dopoguerra ancora inevitabilmente regolata dall'incontrastabile legge del potere mafioso. Negli anni della guerra aveva maturato una forte coscienza sociale e si rifiutava di guardare inerte le ingiustizie che stavano accadendo nella sua comunità né tollerare l'appropriazione delle terre da parte della mafia o l'assunzione dei lavoratori per motivi esclusivamente nepotistici. Divenne sindacalista e tentò di organizzare i lavoratori per spingerli a vincere la paura e a resistere alle tirannie. Li spinse ad occupare le terre e a distribuire a famiglie di contadini onesti quelle tenute incolte dalla mafia. La mafia non tardò a reagire, intimidendo i suoi compagni e isolandolo in ogni modo. Entrò in conflitto anche con Lia, la ragazza che amava.
Rizzotto non recedette di un passo dai propri principi e dalla propria battaglia preferendo affrontare con coraggiosa determinazione un tragico destino.  Continuò la sua battaglia, diventando a fatica Segretario della Camera del Lavoro della città; Impegnato a sostenere i contadini nella lotta per l'occupazione delle terre, organizzava gli stessi ad occupare quelle dei boss locali, mettendosi a capo del "movimento contadino per l'occupazione delle terre".
Era nel mirino di mafia e padroni, Placido aveva osato sfidare i boss mafiosi locali. Da subito si oppose al sistema malsano di assegnazione dei lavori e delle terre, cercando di guidare la forza propositiva della gente a combattere la mentalità delle minacce e del terrore. Si battè per l'applicazione dei "Decreti Gullo'" che prevedevano l'obbligo di cedere in affitto alle cooperative contadine le terre incolte o malcoltivate dai proprietari agrari. Ancora una volta furono organizzati scioperi e rivolte. E ancora una volta ci furono violenti scontri tra mafiosi e contadini. Uno dei feudi che assegnati alle cooperative agricole fu quello di Strasatto dove comandava un giovane mafioso che sarebbe diventato tristemente famoso: Luciano Liggio. Tra Rizzotto e Liggio c'era già stato uno scontro che era finito male per il mafioso il quale si era ritrovato appeso all'inferriata della Villa comunale.Ovviamente tra i due non correva buon sangue. A questo punto i padroni, i mafiosi e alcuni "pezzi" dello Stato decisero di farla finita una volta per tutte con questi "sovversivi". Il primo maggio del 1947 cominciarono a seminare terrore con la strage di Portella delle Ginestre e negli anni successivi catturarono e uccisero sistematicamente tutti i capi sindacali che osavano mettersi loro contro. Accanto a Rizzotto una serie infinita di piccoli uomini dalle mani sporche di terra e Lia.
Nonostante gli avvertimenti della sua famiglia, e le attenzioni dei suoi fedelissimi collaboratori, Rizzotto non riuscì a sottrarsi ad una sorte che sembrava ormai scontata. La sera del 10 maggio del 1948 venne sequestrato ed ucciso Placido Rizzotto, che scomparve nel nulla ed il suo corpo non fu mai ritrovato. L'unico testimone del delitto, il giovanne Giuseppe Letizia, sarebbe stato ucciso pochi giorni dopo dallo stesso Michele Navarra, mandante del delitto Rizzotto. La morte del sindacalista sconvolse tutta l'Italia democratica. La CGIL proclamò uno sciopero generale contestando violentemente dall' allora capo del Governo Mario Scelba.
In questa realtà si intrecciarono le vite di tanti personaggi cheavrebbero scritto, nel bene e nel male, la storia della seconda metà del Novecento: il giovane universitario Pio La Torre che sostituì Rizzotto alla guida dei contadini corleonesi e che avrebbe subito la sua stessa tragica sorte; l'allora capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, capo delle indagini sulla morte di Rizzotto, ucciso Generale in un attentato nel 1982; Luciano Liggio, mandante dell'omicidio di Placido Rizzotto, che sarebbe diventato uno dei più potenti boss della mafia siciliana. Le indagini, condotte dall'allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, avrebbero portato all'arresto di Lucianeddu, uno degli assassini di Rizzotto, e avrebbero inoltre portato alla ribalta due dei suoi fedelissimi luogotenenti (Totò Riina e Bernardo Provenzano), oltre al ritrovamento dei miseri resti del sindacalista.


Fonte: reti-invisibili.net

Piersanti Mattarella

Mattarella è un cognome noto alla politica, Piersanti infatti faceva parte di una famiglia molto impegnata sia a livello locale che a in quello nazionale;
Il padre Bernardo fu una figura molto controversa: fra i fondatori della Democrazia Cristiana ricoprì più volte incarichi di governo, ma durante la sua lunga carriera fu coinvolto in diverse occasioni in accuse di collusione con la mafia (fra queste anche quella di essere implicato nella strage di Portella della Ginestra), riuscendo però in ogni occasione a destreggiarsi fra le difficoltà e ad uscirne pulito.
Anche Sergio, il fratello di Piersanti, ha svolto ruoli importanti prima tra le fila della DC, poi passando al centro-sinistra, con il quale ha concluso nel 2008 i propri incarichi parlamentari.
Piersanti Mattarella nacque a Castellammare del Golfo il 24 Maggio 1935;
Ebbe un educazione estremamente religiosa, e ben presto finì per indirizzare la sua vita verso la carriera politica, in quella DC nella quale aveva riposto grande fiducia. Faceva parte della corrente riconducibile ad Aldo Moro, di cui si dice fosse il pupillo.
Dopo alcuni mandati da consigliere e poi assessore regionale, nel 1978 venne eletto Presidente della Regione Sicilia, in una giunta appoggiata da quel PCI di cui dopo pochi mesi Pio La Torre sarebbe diventato segretario regionale.
Mattarella prese da subito posizioni chiare contro la mafia, promuovendo la legalità ed appoggiando le categorie più deboli...
Esemplare fu il suo inaspettato appoggio proprio a La Torre, quando, in occasione dell'assemblea regionale dell'agricoltura (Febbraio 79), il sindacalista attaccò duramente il relativo Assessore, additandolo come colluso con la delinquenza locale e denunciando l'Assessorato come centro della corruzione regionale. Mattarella non solo si rifiutò di prendere le difese del proprio collega di giunta, ma bensì riconobbe la necessità di ristabilire correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.
Piersanti Mattarella fu assassinato il 6 Gennaio 1980;
Era appena salito in auto per andare a messa con la moglie ed i figli quando un killer armato di pistola si avvicinò al suo finestrino e lo freddò con una raffica di proiettili, che ferirono in maniera non grave anche la signora.
Inizialmente ritenuto un atto terroristico, fu Masino Buscetta a svelarne i reali mandanti: i vertici di Cosanostra... E fu un altro pentito, Francesco Marino Mannoia, a rivelare che Giulio Andreotti era a conoscenza dell'insofferenza della mafia nei confronti di Mattarella, avendo presenziato a 2 incontri con boss mafiosi (come confermato in Cassazione nel 2004 a conclusione del processo allo stesso ex Primo Ministro) aventi oggetto proprio la politica del Presidente della Regione ed il suo omicidio. Andreotti, però, non ritenette opportuno avvisare nè Piersanti, nè la magistratura, ed intavolò una personale trattativa con gli alti ranghi di Cosanostra nel tentativo di salvare allo stesso tempo sia il politico che i propri rapporti con la mafia. 
Evidentemente quella fu l'unica volta in cui Giulio Andreotti, nella sua strepitosa carriera, non ottenne ciò che voleva, data la tragica fine di Mattarella...

Rosario Di Salvo



Rosario Di Salvo nasce a Bari il 16 agosto del 1946, trasferitosi a Palermo sposa nel 1970 Rosa Casanova. Subito dopo le nozze emigra con la moglie in Germania, ma le difficoltà costringono i due a tornare in Sicilia dopo neppure un anno. Al rientro Rosario, insieme a Rosa, si iscrive al Partito Comunista, nella sezione Noce di Palermo, dopo un lento processo di maturazione politica che l’aveva portato a vivere pienamente la lunga stagione delle battaglie politiche e sindacali.
Entra a far parte dell’apparato tecnico del partito. Viaggia moltissimo, si sottopone a un ritmo di vita molto faticoso, vive lunghe giornate con impegno e passione al fianco dei leader del partito. Con Achille Occhetto in particolare, divenuto segretario regionale, sviluppa un legame molto solido, costruito nei numerosi viaggi per partecipare ai dibattiti che si svolgevano in molte città della Sicilia. Alterna il lavoro per il partito con l’occupazione come contabile in una cooperativa di agrumi. Ma il lavoro d’ufficio non fa per lui. Così lascia la cooperativa e si impegna a tempo pieno nei frequenti viaggi con i compagni del Comitato regionale.
Contemporaneamente Pio La Torre, che Di Salvo conosce a Comiso, ad una manifestazione di pacifisti, lascia la segreteria nazionale del partito e torna in prima fila alla guida delle lotte nella sua Sicilia. Basta il primo viaggio insieme per stabilire tra Pio e Rosario un’intesa molto forte e coinvolgente. Questo dirigente che viene dalla gavetta così schietto e sincero, entusiasma Rosario che non perde occasione per additarlo ad esempio.
Con Pio La Torre, la lotta alla mafia, per la pace, per una Sicilia produttiva, vivono una nuova e feconda stagione. Comiso diventa il punto di riferimento di migliaia di pacifisti che non si rassegnano all’istallazione dei missili nucleari americani. Si avvia la raccolta di un milione di firme. Rosario è attento, partecipe, entusiasta. Il quattro aprile del 1982 è nuovamente a Comiso per la sua ultima marcia che vede insieme cattolici e comunisti, socialisti e pacifisti di ogni credo. Cresce un grande movimento ma contemporaneamente aumentano i rischi.
Rosario e Pio ne sono consapevoli. Il 30 aprile 1982 un vero e proprio commando mafioso è in via Turba, un “budello” dove ci si passa appena, vicino la federazione del partito. Rosario è al suo posto come sempre, al fianco di Pio. Tira fuori la sua arma e spara. Per difendere un’ultima volta il suo segretario regionale. 
Queste le parole scritte dalla vedova di Rosario in una lettera aperta al Presidente Napolitano:“Sono Rosa, la moglie di Rosario Di Salvo, il collaboratore e compagno di cammino di Pio La Torre, assassinato con lui il 30 aprile del 1982. In questi anni ho visto con sgomento un sipario di silenzi e omertà calare sulla memoria di mio marito. Tutti ricordano, giustamente, la nobile figura di Pio La Torre. Ma al tempo stesso dimenticano di parlare di Rosario.Lo citano come un’appendice del dolore, come un’ombra, come qualcuno a cui può essere dedicato un accenno fuggevole, senza entrare nel merito, senza dire chi fosse, senza raccontare ai più giovani quali ideali accompagnarono mio marito verso il suo tragico destino, un destino che conosceva e a cui non volle sottrarsi con la fuga, la scorciatoia dei vili.Signor Presidente, Rosario aveva scelto di proteggere Pio e di accompagnarlo perché condivideva i suoi passi, i suoi aneliti, le sue lotte. La sua fu la posizione senza compromessi di un militante comunista, di un uomo libero temprato dal fuoco della sua passione civile. Ognuno si ritaglia i ruoli più consoni. Pio La Torre era il valoroso guerriero dei deboli che si esponeva in prima persona per un mondo pieno di giustizia, e Dio sa di quanta giustizia la Sicilia avesse e abbia bisogno! Rosario era il suo angelo custode laico. Era colui che vegliava sulla speranza, restando sempre un passo indietro. Rosario sacrificò la sua famiglia per il suo ideale. Io sapevo che la sua assenza era il frutto di una coerenza ammirevole. E ho imparato ad accettare il dolore, sfrondandolo dalla disperazione. Mio marito ha compiuto la strada fino in fondo”
Il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre” nella ricorrenza dell’assassinio organizza eventi per ricordare la lezione politica ed etica di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Al mattino di ogni 30 aprile, i compagni di Pio e Rosario si riuniscono sotto la lapide posta in via Turba luogo dell’assassinio.
Fonti: piolatorre.it , yourban.net

Pasquale Almerico

Comincia il capitolo dedicato agli eroi della categoria dei politici, e devo dire con grosso dispiacere (anche se a dirla tutta me l'aspettavo) che approfondire le vicende in cui sono coinvolti degli onorevoli è come entrare in una valle di lacrime!
La storia dell'uomo di cui voglio scrivere in questo post è un esempio lampante di come la politica non solo sia sempre stata consapevole dell'esistenza della mafia, ma sia stata anche partecipe nel permetterle di crescere e radicarsi in Italia;
Pasquale Almerico era un Siciliano DOC.
Era nato a Camporeale nel '14, e aveva dedicato la sua vita ai bambini (era un maestro d'elementar)i, alla fede, ed alla Res Pubblica, la politica appunto, grazie alla quale era convinto di poter fare del bene a tutti suoi compaesani.
Erano i primi anni '40 quando, insieme all'amico don Vincenzo Ferranti e ad altri giovani impegnati, fondò la sezione del partito della Democrazia Cristiana di Camporeale. Il gruppo mise subito in chiaro le proprie intenzioni, manifestando la chiara volontà di contrapporsi ad un potere mafioso che in quella terra portava il nome di Vanni Sacco. I propositi erano eccellenti, ma per portare avanti una battaglia simile c'è bisogno di forza e coraggio, qualità che risiedono solo in persone fuori dal comune! Ed infatti il primo a cedere alla pressione del boss fu don Vincenzo, anche se, bisogna dargliene atto, le intimidazioni nei suoi confronti furono pesanti: la notte del 26 Maggio 1946 una serie di mitragliate si infranse sui muri della canonica. Il prete decise di fuggire, rifugiandosi nel Palazzo Arcivescovile di Monreale, non sapendo che lo stesso Monsignor Filippi fosse un caro amico di Vanni Sacco. Fu così che don Ferranti fu convinto dall'arcivescovo a tornare a Camporeale, accompagnato addirittura dal boss in persona, dando un chiaro segnale della sua sottomissione.
La situazione in paese non era delle più facili, ma Pasquale Almerico non era certo quel tipo di persona che si lascia sottomettere dal signorotto locale. Continuò la sua campagna e riuscì nel 1952 a farsi eleggere sindaco del paese.
Per due anni le cose filarono senza grossi intoppi, Almerico fu artefice di importanti opere per Camporeale, tanto è vero quasi tutti i suoi compaesani gli volevano un gran bene. Ma fu allora che cominciarono i veri problemi!
Vanni Sacco, deluso dal partito liberale cui aveva per anni dato fiducia, decise di passare alla DC portando con sè i suoi sgherri, in tutto circa 300 persone...
300 tessere in un piccolo paese della Sicilia sono come oro colato,anche per un partito come la Democrazia Cristiana, ma il buon Almerico, ben conoscendo gli elementi in questione, decise di non concedere loro la possibilità di far parte della sezione. Questa decisione segnò per lui l'inizio della fine...
Per prima cosa il boss chiese ed ottenne le tessere al coordinatore regionale Gullotti. Come se tutto ciò non bastasse riuscì inoltre a far cacciare Almerico dal partito! Pasquale sapeva di essere ad un bivio: da una parte la possibilità di mollare tutto e continuare a vivere da maestro, dall'altra quella di sollevare le maniche e lottare.
Scelse la seconda... 
Decise di mantenere l'incarico di sindaco nonostante l'espulsione dal partito e di denunciare agli alti ranghi quello che stava succedendo a Camporeale. Prese carta e penna e scrisse una eloquente lettera indirizzata al segretario provinciale Giovanni Gioia e,per conoscenza, al segretario nazionale Amintore Fanfani, nella quale spiegava che concedendo le tessere a Vanni gli sarebbe stato permesso di mettere le mani sulla sezione di Camporeale. Almerico descrisse come la mafia cercava di radicarsi nelle istituzioni e denunciò inoltre che la sua stessa vita fosse in pericolo. La seccata risposta di Gioia fu:"Il partito ha bisogno di gente con cui coalizzarsi, ha bisogno di uomini nuovi, non si possono ostacolare certi tentativi di compromesso".
Trovatosi abbandonato dallo stesso partito che aveva contribuito a far crescere Almerico si rese conto che la fine per lui era vicina.
Ed inesorabilmente arrivò la sera del 25 Marzo 1957.
Un gruppo di uomini a cavallo gli tese un agguato in pieno centro di Camporeale e lo dilaniò a colpi di mitra. I killer infierirono sul suo corpo per 30-40 secondi prima che uno di loro lo finisse con 7 colpi di pistola. 
Nell'agguato furono ferite varie persone, ed anche un innocente passante perse la vita...
Quella di Almerico è una storia che riassume in maniera eloquente lo spirito con cui spesso, sia in passato che al presente, viene vissuta la politica in Italia!
Negli anni a venire Gioia sarebbe stato eletto deputato e ministro, mentre Fanfani avrebbe più volte ricoperto il ruolo di Premier...